Casi

Quando un percorso lungo è fatto di interventi brevi

Illustrazione: tre momenti di lavoro con un team, collegati da un filo verde che cresce

Caso studio · Leadership e team · Syngenta

Ci sono clienti che a un certo punto non definisci più clienti. E neppure partner. Forse, non c’è neppure una parola che spieghi l’evoluzione della relazione.

Con Syngenta lavoriamo insieme dal 2013.

In questi anni abbiamo fatto molte cose diverse, fra cui coaching individuali e di team, team building, formazione alla leadership e alla mentorship, mindfulness, lavoro con diversi leadership team. Abbiamo attraversato bisogni, persone e momenti organizzativi differenti. Loro, e miei: mi hanno conosciuta e continuato a lavorare con me attraverso quattro diverse realtà professionali.

Anche a pensarci, non mi viene da raccontare un percorso specifico con loro. Perché ne abbiamo fatti davvero molti.

Forse è proprio questo il percorso da raccontare.

E lo faccio ripensando solo ad alcuni degli interventi più recenti: molto diversi tra loro e, singolarmente, di breve durata. Come oggi si ama dire, light.

In una giornata con il leadership team abbiamo lavorato sul feedback. Non solo sulle tecniche per darlo meglio, ma su quello che rende così difficile farlo davvero: le nostre paure, i pensieri che ci trattengono, i modi diversi in cui reagiamo quando ci sentiamo esposti.

Poi abbiamo fatto la cosa più semplice e più difficile: farlo davvero. A coppie, cambiando interlocutore ogni pochi minuti, aiutati da regole molto precise: una persona parla e l’altra ascolta, niente giustificazioni, un comportamento che aiuta e uno che mette in difficoltà, alla fine ci si ringrazia.

Poche ore, sì, ma un’esperienza molto intensa.

In un’altra occasione il gruppo era molto più grande: l’intera rete vendita, circa 140 persone, impegnata a ragionare sulle sfide dell’anno che stava cominciando.

Lì siamo andati metaforicamente a caccia dei “pensieri killer del cambiamento”: quelle frasi che cominciano a girarci in testa prima ancora che il cambiamento sia iniziato. Si è sempre fatto così. Non ci sono le risorse. Mi mancano le competenze. Servono ancora dati. Meglio non parlarne.

L’obiettivo non era eliminarle e neppure convincersi che siano sbagliate. Abbiamo infatti riconosciuto che molti pensieri killer nascono per proteggere valori che contano: stabilità, qualità, prudenza, appartenenza, e creano problema solo quando smettiamo di accorgerci che sono pensieri e cominciamo a trattarli come fatti, lasciando che decidano al posto nostro.

Con i contributi dei quindici gruppi abbiamo poi costruito una versione tutta Syngenta di Caccia ai pensieri killer. Il thriller: un piccolo manuale serio nei contenuti, ma volutamente metaforico e divertente. La versione non personalizzata è disponibile anche sul blog.

E ancora, penso a quando ho lavorato con il team crossfunzionale Marketing, Regulatory e Technical Support riunito per ridefinire la governance del portfolio.

Un’esperienza ancora diversa. Il primo pomeriggio ho soprattutto osservato. Come prendevano le decisioni. Come si parlavano. Dove la collaborazione funzionava e dove si inceppava. E, grazie alla conoscenza e alla fiducia costruite nel tempo, non ero lì soltanto come osservatrice: potevo entrare nel lavoro e dare supporto quando serviva.

La sera abbiamo ritarato il lavoro del giorno successivo sulla base di quello che era realmente emerso da loro. E il giorno dopo abbiamo lavorato sul “come” per sostenere la costruzione del “cosa”: sono emersi temi fondanti come sicurezza psicologica, feedback, comportamenti che aiutano o ostacolano il lavoro insieme. Tutto questo ha permesso la progettazione di piccoli esperimenti concreti da portare nel lavoro quotidiano.

Tre interventi. Tempi brevi. Destinatari e obiettivi diversi.

Eppure, c’è qualcosa di fondamentale che li tiene insieme.

Nessun intervento comincia solo quando ci si ritrova nella stanza, e nessuno finisce alla conclusione dell’incontro.

Prima di ogni intervento, c’è quello che l’organizzazione e le persone hanno già vissuto, che abbiamo condiviso, esplorato, ragionato insieme in una azione che è sempre di coprogettazione.

Durante, c’è un’esperienza costruita intorno a ciò che sta succedendo davvero in quel momento: che accoglie quello che emerge, che tiene conto delle emozioni, che cambia se serve.

E dopo c’è qualcosa che deve poter continuare: un comportamento da sperimentare, un linguaggio più condiviso, una domanda nuova, un impegno.

Forse è questo che distingue un intervento breve da un intervento “mordi e fuggi”. Non la durata, ma la continuità che riesce a creare con ciò che viene prima e ciò che verrà dopo.

E forse è anche per questo che, dopo tredici anni, faccio fatica a dire quanti percorsi abbiamo fatto insieme.

Perché ogni volta ripartiamo da un punto diverso. Ma non ripartiamo mai da zero.