Quando partecipare è una scelta
Caso studio · Benessere e consapevolezza · Settore lusso
Due anni fa un’azienda del settore lusso mi ha chiesto di portare il tema del benessere dentro un programma più ampio dedicato alla sostenibilità. Non un corso a sé, ma un tassello di un percorso biennale rivolto a tutte le persone dell’azienda, in presenza, aperto a chi voleva partecipare.
Racconto questa esperienza senza nominare l’azienda: è una riservatezza che il mercato del lusso normalmente richiede, e che rispetto volentieri, perché quello che è successo in aula vale a prescindere dal marchio sulla porta.
La richiesta iniziale era capire meglio come funzioniamo come esseri umani.
Nel primo anno abbiamo esplorato alcuni meccanismi di base: i tre sistemi che regolano la nostra attivazione, quello che ci spinge, quello che ci minaccia, quello che ci mette in sicurezza. Abbiamo guardato dentro al sistema nervoso autonomo, alla differenza fra uno stress che si esaurisce e uno che si incista, al motivo per cui tendiamo a vedere prima ciò che non va. E abbiamo lavorato sulle emozioni: come nascono, come riconoscerle, come non esserne travolti né negarle.
Il secondo anno siamo entrati più a fondo con la metafora dei tre cervelli — testa, cuore e pancia — confrontandoci su come farli dialogare invece di lasciarli combattere fra loro per prendere il comando.
Non è la prima né l’unica volta che porto questi temi in azienda: come contenuti in workshop più brevi, per esempio all’interno delle “settimane del benessere” o di quelle dedicate alla sostenibilità, oppure in percorsi formativi di più ampia portata.
E so che le persone apprezzano questo livello di approfondimento su temi che non sempre sono oggetto di riflessione organizzativa, ma che hanno comunque un posto importante nella vita lavorativa quotidiana.
La cosa che però mi è rimasta più impressa di questa specifica esperienza è la scelta organizzativa che l’ha accompagnata.
Gli incontri erano aperti a tutti, in presenza. Fino all’ultimo non si sapeva chi si sarebbe presentato. Nessun obbligo, quindi, nessuna lista di iscritti sulla base della quale organizzare spazi, tempi e modalità realizzative.
Un po’ come andare senza rete: in alcune sessioni ci siamo trovati fino a centoventi persone in aula.
Eppure, non mi ha colpito tanto il numero, di per sé importante, quanto la disponibilità delle persone a mettersi in gioco.
Molte di loro si trovavano per la prima volta in assoluto in un contesto formativo, soprattutto di questo tipo: mai avevano fatto un esercizio di embodiment, mai avevano scritto e condiviso un episodio emotivo vissuto sul lavoro, mai avevano preso un impegno personale davanti ai colleghi.
Che è proprio quello che hanno fatto.
Si sono posizionate nello spazio per raccontare come si sentivano, hanno condiviso a voce alta una situazione in cui la pancia aveva deciso al posto della testa, hanno scritto il proprio impegno su un post-it a forma di foglia per poi posizionarlo su un albero, visualizzando così il risultato collettivo dell’incontro.
È una delle esperienze che mi ha confermato quanto anche in tempi brevi si possano creare condizioni che permettono alle persone di sentirsi abbastanza sicure da mettersi in gioco.
Conta la sincerità dell’invito. Conta la trasparenza. Conta sapere di poter scegliere se e come esporsi, senza essere giudicati per averlo fatto.
E questo può accadere anche in un’azienda dove l’immagine, dentro e fuori, conta moltissimo. Anche quando per molte persone è la prima volta.
La partecipazione si può invitare, facilitare, rendere possibile. Ma non imporre.
Apprendimento e cambiamento cominciano davvero quando le persone scelgono di entrarci.