Lavorare sul cambiamento significa continuare a imparare. Anche con l’AI, in modo nuovo.
Serie: Come pensiamo l’AI · Episodio 7 di 7 · vedi tutti gli episodi
Mi è sempre piaciuto studiare. Capire meglio una cosa mi porta quasi inevitabilmente a volerne esplorare un’altra: trovo un collegamento, mi nasce una domanda, incontro una prospettiva che allarga quelle che avevo già.
In quarant’anni di lavoro con persone, team e organizzazioni, questa curiosità ha continuato ad alimentare il mio modo di accompagnare il cambiamento. I miei riferimenti si sono arricchiti attraverso lo studio, le esperienze, il confronto con altre persone. Ho aggiunto conoscenze, affinato sensibilità, rivisto convinzioni.
Con l’intelligenza artificiale, però, sto vivendo qualcosa di completamente diverso. Perché cambia continuamente ciò che cerco di comprendere e, mentre lo esploro, cambiano anche le risorse mentali con cui lo faccio. Questi due movimenti si alimentano a vicenda, accelerano l’apprendimento e richiedono molta energia (e meno male che ne ho tanta!).
Mentre imparo, quello che imparo sta già cambiando
Nel tempo ho costruito riferimenti professionali che potevo approfondire e arricchire. Anche quando incontravo una prospettiva capace di metterli in discussione, avevo la possibilità di confrontarla con un patrimonio di esperienze e conoscenze relativamente stabile.
Con l’AI mi capita di aver appena compreso una possibilità, sperimentato uno strumento o trovato un modo utile di lavorare, e di doverci già rimettere mano. È uscita una funzione, è cambiato il funzionamento di qualcosa, si è aperta una strada che prima non c’era.
A volte a cambiare è la comprensione del mio rapporto con lo strumento: riconosco un meccanismo personale che prima non vedevo. Scopro di avere ancora molto da capire, o che quello che mi sembrava chiaro non è più sufficiente.
Nel frattempo, arrivano ricerche che aggiungono elementi su ciò che accade alle persone quando usano questi strumenti: come apprendono, come verificano, come delegano, come si assumono la responsabilità di una scelta. Anche queste conoscenze entrano nel mio lavoro e mi chiedono di riconsiderare ciò che sto osservando.
L’oggetto stesso del mio studio continua a muoversi. E io cerco di comprenderlo mentre si trasforma.
Mentre imparo, cambia anche il mio modo di imparare
C’è poi un secondo movimento, che trovo altrettanto interessante.
Usando l’AI posso esplorare una domanda, confrontare prospettive, cercare collegamenti, tornare su qualcosa che non mi convince. Una risposta può farmi vedere un aspetto che non avevo considerato; una risposta insoddisfacente può aiutarmi a precisare che cosa sto davvero cercando.
Mi capita di continuare a esplorare e chiedere (anche all’AI, naturalmente) perché voglio capire meglio. Poi porto una questione nel confronto con altre persone, faccio un’esperienza, torno a studiare e riformulo la domanda.
Così si amplia quello che potrei chiamare il mio patrimonio mentale: le conoscenze a cui attingo, i riferimenti con cui interpreto una situazione, ma anche i procedimenti che utilizzo per lavorarci e che cerco di rendere sempre più consapevoli. Cambia il modo in cui organizzo un’esplorazione, metto alla prova un’idea, costruisco una proposta.
Questo processo apre altre possibilità. Più comprendo, più riesco a vedere che cosa potrei ancora approfondire. E, per natura, quando trovo un’occasione per farlo faccio fatica a lasciarla passare.
Quanto studio c’è dietro, mai come oggi
Dietro i percorsi che propongo sull’adozione dell’AI c’è quindi un ampio investimento di studio e sperimentazione che continua e si amplia nel tempo.
Ho approfondito gli aspetti teorici e seguito diversi percorsi formativi. Alcuni mi hanno dato una base teorica, soprattutto all’inizio. Anche se amo imparare facendo, spostandomi su un dominio per me molto lontano dalle mie basi ho sentito anche il bisogno di questa parte.
Quelli successivi si sono sviluppati con una modalità che definirei coach-like: un lavoro prolungato, costruito a partire dalle mie attività concrete, dalle domande che emergevano e dalle difficoltà che incontravo. A questi si sono aggiunte continue occasioni di formazione e confronto con esperti tecnici.
Ora sto iniziando un ulteriore approfondimento su Claude Code, Codex e l’uso degli agenti. Li sto già sperimentando, ma voglio capire in modo approfondito quali possibilità aprano e come possano entrare nel mio lavoro.
E poi, per me ogni esperienza formativa diventa anche un’occasione di osservazione. Che cosa mi aiuta a comprendere? Quando mi sento autonoma? Quando seguo una procedura senza averla capita abbastanza? Come riconosco ciò che posso affidare allo strumento e ciò su cui voglio mantenere un coinvolgimento diretto?
Sono domande che accompagnano l’apprendimento e che, a loro volta, fanno evolvere il mio lavoro.
La curiosità mi dà energia. Il movimento continuo ne richiede
Ci sono momenti di entusiasmo: scopro una possibilità, riesco a fare qualcosa che prima mi era precluso, trovo un modo per esplorare più a fondo un tema.
E ci sono momenti di frustrazione. Ho investito tempo per capire, ho trovato un equilibrio, penso di avere finalmente un riferimento sufficientemente chiaro. Poi qualcosa cambia e devo ricominciare a esplorare.
Anche le possibilità possono diventare impegnative. Ogni approfondimento apre altre domande; ogni strumento suggerisce altri usi. Alla curiosità che mi spinge ad andare avanti si affianca la necessità di scegliere dove fermarmi, che cosa consolidare e che cosa lasciare per un altro momento.
La fatica nasce anche da qui: tengo insieme l’evoluzione dell’AI e quella del mio modo di comprenderla e utilizzarla. A volte avrei bisogno di stabilizzare ciò che ho imparato, mentre sono già attratta da quello che potrei imparare dopo.
Accorgermene mi aiuta a regolare il passo. La consapevolezza, base di tutto il mio lavoro, in questa fase di vita è ancora più indispensabile.
Che cosa porto di tutto questo nel mio lavoro?
Questa esperienza alimenta il mio modo di accompagnare persone e organizzazioni nell’adozione dell’AI.
Mi rende più attenta al tempo che serve per costruire un riferimento, alla fatica di doverlo rivedere, alla differenza fra avere accesso a una possibilità e sentirsi in grado di utilizzarla. Mi porta a interrogarmi su quanto proporre, quando approfondire e quando lasciare spazio perché ciò che è stato scoperto possa essere assimilato.
La mia esperienza personale è una fonte di domande da confrontare con la ricerca e con ciò che emerge dalle persone con cui lavoro. Mi aiuta a osservare sfumature, riconoscere tensioni e affinare le proposte.
Anche l’AI Mirror Method™ cresce attraverso questo lavoro: conoscenza, consapevolezza e responsabilizzazione sono dimensioni che continuo a esplorare io stessa. Studio ciò che cambia, osservo come lo affronto e scelgo come portarlo nella mia pratica professionale.
Lavorare sul cambiamento ha sempre significato, per me, continuare a imparare. Con l’AI sto imparando anche a trovare il passo dentro un movimento molto più veloce, che coinvolge gli strumenti, le conoscenze e il mio stesso modo di pensare.
Affascinante. E sfidante.