L’AI è qui per restare: ma sappiamo davvero come usarla?
Serie: Come pensiamo l’AI · Episodio 1 di 6 · vedi tutti gli episodi
Possiamo ancora discutere quanto e quanto velocemente l’intelligenza artificiale cambierà il nostro modo di lavorare.
Non sappiamo con certezza quali delle previsioni che leggiamo oggi si riveleranno corrette, quali professioni saranno maggiormente trasformate, quali attività verranno automatizzate prima e in modo più massiccio e quali nuove competenze diventeranno necessarie.
I dati disponibili misurano spesso fenomeni diversi e non sono quindi direttamente confrontabili. Raccontano però una direzione già piuttosto chiara: l’utilizzo dell’AI nelle imprese sta crescendo rapidamente, in Italia come nel resto d’Europa. Allo stesso tempo, mostrano quanta strada ci sia ancora da fare per arrivare a utilizzarla in modo davvero significativo.
Possiamo quindi avere opinioni molto diverse su quello che sta accadendo: entusiasmo, curiosità, preoccupazione, diffidenza. Diventa invece sempre meno prudente scommettere sul fatto che l’AI sia una moda destinata a passare.
L’AI è qui per restare.
Questo non significa che tutte le promesse che la accompagnano si realizzeranno. La storia della tecnologia è piena di aspettative sovrastimate, trasformazioni più lente del previsto, bolle che scoppiano e conseguenze che nessuno aveva immaginato.
Anche così, però, aspettare di vedere cosa succederà senza prendere posizione è una strategia ad altissimo rischio.
Perché, mentre aspettiamo, l’AI entra comunque nel lavoro quotidiano e nella vita di tutti.
Le persone sperimentano. Imparano. Trovano scorciatoie e le usano in modo più o meno nascosto. Delegano all’AI attività e decisioni. Qualche volta verificano, qualche volta no. Alcune acquisiscono rapidamente nuove capacità, altre rischiano di perdere terreno. E molte di queste conseguenze si realizzano prima ancora che l’organizzazione abbia deciso consapevolmente come vuole utilizzare l’AI.
La domanda, quindi, va oltre “se useremo l’intelligenza artificiale”.
La sfida diventa come vogliamo imparare a usarla.
Possiamo adottarla semplicemente per fare più velocemente quello che facevamo prima, o per fare di più. Possiamo affidarle progressivamente attività sempre più complesse.
Possiamo anche andare oltre e farne un’occasione per interrogarci su che cosa vogliamo continuare a saper fare, su quali decisioni vogliamo mantenere nelle nostre mani, su cosa ci dicono di noi le scelte che stiamo facendo.
Ed è qui che entrano in gioco capacità critica, autonomia e responsabilità.
A volte le sentiamo definire come competenze che ci abilitano all’utilizzo dell’AI. Io credo invece che siano ciò che ci permette di sfruttarne le enormi possibilità mantenendo e allenando in modo nuovo la capacità di valutare quello che l’AI produce, fare scelte autonome e mantenere saldamente la responsabilità del risultato finale.
Una responsabilità che riguarda ogni persona e, insieme, le organizzazioni cui appartiene.
Se l’AI è qui per restare, mettere a disposizione nuovi strumenti e aspettare che ciascuno trovi il proprio modo di usarli è una scelta che può indebolire le basi di questa responsabilità.
Occorre progettare come vogliamo far entrare l’AI nel nostro modo di lavorare.
Perché l’adozione non è un atto, ma un processo: significa decidere chi coinvolgere, quali responsabilità definire, come formare le persone, quali regole darsi, come affrontare le questioni etiche e come verificare nel tempo quello che sta succedendo.
Questo sarà il tema del prossimo articolo: L’adozione dell’AI: un processo da progettare e governare.