Trasparenza significa dire tutto subito?
Serie: Leadership · Episodio 1 di 8 · vedi tutti gli episodi
Quando non abbiamo ancora risposte definitive, essere trasparenti non significa necessariamente comunicare ogni informazione appena ne veniamo a conoscenza.
Ha più a che fare con la capacità di rendere comprensibili e credibili i criteri che ci permettono di decidere che cosa condividere, che cosa proteggere e quando tornare a parlarne.
È un problema davanti al quale, probabilmente, ogni manager si è trovato più volte nella propria vita professionale. Si viene a conoscenza di un progetto, di una possibile riorganizzazione, di una scelta ancora in discussione che riguarda una o più persone. L’informazione può avere conseguenze importanti, ma non è ancora possibile comunicarla: perché la decisione non è stata presa, perché esistono vincoli di riservatezza o perché una comunicazione prematura potrebbe produrre effetti difficili da controllare.
La parola trasparenza fa pensare immediatamente al dovere etico di non nascondere nulla. Da qui è facile arrivare a una conclusione apparentemente lineare: essere trasparenti significa dire tutto, subito. Ma nella vita organizzativa, come sempre, la questione è più complessa. Non tutte le informazioni possono essere rese pubbliche nello stesso momento, con le stesse parole e a tutte le persone. E farlo non sarebbe sempre responsabile, né testimonierebbe necessariamente attenzione, sensibilità e cura verso gli altri.
Parlare e tacere? Una falsa alternativa
La scelta tra comunicare oppure non comunicare viene spesso rappresentata come un dilemma amletico, in cui l’assenza di spiegazione gioca la parte più sbagliata. In realtà entrambe possono produrre conseguenze negative.
Parlare troppo presto può mettere le persone in ansia per qualcosa che forse non accadrà mai. Un’ipotesi ancora lontana può essere recepita come una decisione già presa. Possono nascere voci, interpretazioni e comportamenti difensivi che incidono sul modo di lavorare, sulle relazioni e, nei casi più delicati, persino sulla decisione di restare o lasciare l’organizzazione. Tutto questo è reale, e lo si è visto succedere tante volte.
Tacere troppo a lungo, però, può togliere alle persone il tempo necessario per comprendere ciò che sta accadendo, prepararsi e definire al meglio le proprie scelte. E se l’informazione arriva attraverso fonti informali, il problema non riguarda più soltanto il contenuto della notizia, ma si amplia alla fiducia verso i responsabili e l’azienda in genere: “Figurati: lo sapevano e non ce l’hanno detto”.
C’è poi un rischio particolarmente frequente: qualcosa non viene comunicato ufficialmente, ma viene raccontato in modo teoricamente riservato ad alcune persone e non ad altre. Teoricamente: perché, poi, la voce si diffonde e spesso l’ultima persona a saperlo è proprio quella che potrebbe esserne maggiormente coinvolta. In quel momento, anche una scelta di riservatezza inizialmente ragionevole può essere letta come esclusione o mancanza di rispetto. E non solo dal diretto interessato.
Un caso possibile
Pensiamo a un manager che sta lavorando all’ipotesi di aprire una nuova sede in un’altra regione. Il progetto potrebbe rappresentare un’importante opportunità di crescita, ma l’esplorazione è lunga e l’esito incerto. Se andasse avanti, alcuni team potrebbero essere coinvolti in modo significativo e, per alcune persone, potrebbe rendersi necessario cambiare luogo di lavoro.
Se il manager ne parla immediatamente, rischia di creare mesi di preoccupazione per un progetto che potrebbe non concretizzarsi. Se aspetta che tutto sia deciso, le persone potrebbero non avere abbastanza tempo per riflettere e prepararsi. Se qualcuno lo scopre casualmente prima degli altri, la fiducia nel manager e nell’azienda può essere compromessa.
Nessuna di queste conseguenze dipende soltanto dalla bontà delle intenzioni. Il manager può tacere per proteggere le persone e produrre invece il senso di essere state tenute all’oscuro. Può parlare per coinvolgerle e generare un’allerta sproporzionata rispetto alla concretezza dell’ipotesi. È ancora una volta una questione di intenzione, interpretazione e impatto.
La trasparenza è chiarezza dei criteri
La trasparenza, quindi, non si misura dalla quantità di informazioni condivise né dalla rapidità con cui vengono comunicate. Si misura dalla chiarezza e dalla credibilità dei criteri con cui si decide:
- che cosa può essere comunicato;
- che cosa non può ancora esserlo e per quale ragione;
- a chi è necessario parlare;
- in quale momento;
- con quali parole e con quale indicazione del grado di incertezza;
- quando o a quali condizioni si tornerà sull’argomento.
Non basta, però, che questi criteri siano chiari per chi decide. Per costruire fiducia devono poter essere spiegati, almeno per la parte che può essere resa esplicita. La trasparenza non promette alle persone che sapranno sempre tutto. Si impegna però a far capire loro che cosa possono aspettarsi rendendo espliciti i criteri di queste scelte.
Prima di comunicare occorre avere le idee chiare
Il primo lavoro del manager è di tipo interiore. Prima di scegliere che cosa dire, deve riflettere e chiarire:
- ciò che sa con sufficiente certezza da ciò che non sa ancora;
- ciò che non può condividere e perché;
- le possibili conseguenze tanto del parlare quanto del tacere;
- ciò su cui è già possibile aprire un confronto;
- quando o in presenza di quali condizioni potrà fornire un aggiornamento.
Questa distinzione riduce il rischio di presentare ipotesi come fatti, di promettere aggiornamenti che non è in grado di decidere quando dare, né di usare la riservatezza come risposta automatica. Aiuta anche a non confondere l’impossibilità di dare una risposta definitiva sul tema specifico con l’impossibilità di comunicare in senso più ampio.
Riempire il silenzio senza inventare risposte
L’incertezza non può essere eliminata. In un contesto nel quale le condizioni esterne cambiano rapidamente, alcune decisioni arrivano all’improvviso, altre vengono rinviate, altre ancora non saranno mai prese. Quello che può essere gestito è il modo in cui l’incertezza viene riconosciuta e accompagnata.
A volte è possibile dire: “Questa informazione non è ancora disponibile per tutti e, in questo momento, non posso condividerla”. Se è possibile e ragionevole ipotizzarlo, si può indicare quando verrà fornito un aggiornamento. Se no, è più credibile ammetterlo: “Non so ancora quando sarà presa la decisione. Appena avrò informazioni che posso condividere, tornerò da voi”.
Si può inoltre chiarire su quali aspetti sia già possibile ragionare insieme. Nel caso della nuova sede, forse non è ancora possibile parlare di trasferimenti, ma può essere utile esplorare come il team affronta i cambiamenti di organizzazione, quali vincoli esistono o quali condizioni renderebbero sostenibili scenari diversi.
Il silenzio non spiegato, infatti, non rimane vuoto. Le persone lo riempiono con le proprie interpretazioni, con ciò che hanno vissuto in passato, con le proprie paure e le proprie speranze, anche in base al livello della loro fiducia nell’azienda. In quello spazio possono entrare informazioni reali, ma anche supposizioni che acquistano rapidamente la consistenza dei fatti.
Quando il manager non può decidere che cosa comunicare
Finora abbiamo immaginato una situazione che il manager conosce, magari non completamente, e che deve decidere come gestire. Eppure, non è sempre così.
Il manager non sempre dispone delle informazioni necessarie e non sempre è autorizzato a condividerle. In questi casi, non può risolvere individualmente una contraddizione organizzativa scegliendo in autonomia che cosa rivelare.
Quello che può fare è rendere visibili verso l’alto le conseguenze della mancanza di comunicazione. Può sollecitare i propri responsabili a valutare i rischi del silenzio, chiarire quali informazioni siano già comunicabili e concordare un messaggio coerente. Può chiedere se sia possibile definire tempi o condizioni per un aggiornamento. Può evitare di costruirsi una risposta personale magari diversa da quella di altre persone coinvolte, mentre nell’organizzazione cominciano a circolare più versioni della stessa situazione.
Per farlo, è vero, occorre un buon livello di sicurezza psicologica, che offra la possibilità di far arrivare un messaggio difficile, senza che questa segnalazione venga letta come slealtà: per esempio, che la strategia comunicativa scelta, o la sua assenza, sta producendo sfiducia e difficoltà nel lavoro.
Due aziende che hanno portato lontano la trasparenza
GitLab e Buffer sono due aziende internazionali interessanti perché non si sono limitate a dichiarare l’importanza della trasparenza. Hanno provato a tradurla in pratiche organizzative visibili, ne hanno compreso la difficoltà, vi hanno messo dei confini.
GitLab afferma che tutto è pubblico per impostazione predefinita. Il suo handbook, accessibile online, rende visibili valori, processi e molte scelte aziendali. Nello stesso modo prevede che alcune informazioni non possano essere pubbliche e che le eccezioni vengano riconosciute e disciplinate. La trasparenza, quindi, non coincide con l’assenza di confini: richiede di rendere esplicito dove quei confini si trovano e perché.
Buffer, azienda statunitense che si definisce una “open company”, pubblica dal 2013 dati economici, metriche e stipendi del team. A un certo punto ha deciso di estendere questa logica anche al feedback costruttivo tra colleghi, rendendolo completamente pubblico.
L’esperimento, comunque, non produsse maggiore franchezza, anzi. Le persone davano meno feedback, perché anche una piccola osservazione diventava visibile a tutti e poteva attirare l’intervento di altre persone. Chi lo riceveva tendeva più facilmente a sentirsi sotto i riflettori e quindi a difendersi. Dopo alcuni mesi, Buffer tornò quindi al feedback privato, mantenendo pubblici l’apprezzamento e il riconoscimento.
Questa esperienza mostra bene la differenza tra trasparenza organizzativa ed esposizione indiscriminata delle persone. Essere coerenti con il valore della trasparenza può significare anche riconoscere il punto nel quale la visibilità non aiuta più e comincia a rendere più difficile proprio ciò che si voleva favorire.

Le domande che orientano la scelta
E quindi torniamo a qualcosa che è alla base del mio approccio ai temi della leadership: non può essere prescrittivo. Non è possibile costruire una mappa delle informazioni da comunicare e di quelle da proteggere che abbia un valore in tutte le situazioni.
Quello che è possibile – e che funziona, perché offre consapevolezza e capacità di farsi carico delle proprie responsabilità – è imparare a farsi alcune domande prima di decidere:
- Qual è lo stato reale di questa informazione: fatto, decisione, ipotesi o possibilità?
- Chi potrebbe essere coinvolto e in quale misura?
- Quali impatti può produrre comunicarla ora? Quali effetti può produrre il silenzio?
- Che cosa non posso condividere ma posso almeno spiegarne la ragione?
- Che cosa è già possibile mettere in comune senza trasformare un’ipotesi in una certezza?
- Le persone sanno quando o a quali condizioni riceveranno un aggiornamento?
- La comunicazione è coerente tra i diversi livelli dell’organizzazione?
- Sto proteggendo legittimamente qualcuno o sto evitando una conversazione difficile?
La capacità di farsi queste domande non elimina il rischio di sbagliare. Permette però di non affidare al caso una scelta che incide profondamente sulla credibilità del manager e sulla fiducia nell’azienda.
Un patto informativo credibile
La domanda iniziale, allora, cambia. Forse siamo partiti così: “Che cosa devo dire?”. Ora, però, possiamo formularla in modo diverso: “Come posso costruire un patto informativo credibile anche quando l’incertezza non è ancora risolta?”.
Un patto che non consiste tanto nella promessa di dire sempre tutto e subito quanto nell’impegno a non usare il silenzio senza interrogarsi sui suoi effetti, a distinguere con onestà fatti e ipotesi, a spiegare i confini della comunicazione quando è possibile farlo e a tornare dalle persone quando qualcosa cambia.
La trasparenza, vista così, non è più un tema di quantità di informazioni. Diventa una forma di responsabilità nella relazione.
Fonti e approfondimenti
GitLab, “GitLab Values – Transparency and Public by default”: handbook.gitlab.com/handbook/values
Buffer, “About us – We are an open company”: buffer.com/about
Buffer, “When We Took Transparency Too Far: The Transparent Feedback Experiment”: buffer.com/resources/transparent-feedback-experiment