Caccia ai pensieri killer - Il Thriller

La scena del crimine originaria (da dove arrivano i pensieri killer)

Serie: Caccia ai pensieri killer · Episodio 3 di 10 · vedi tutti gli episodi

Se pensi che i pensieri killer ti compaiano in testa all’improvviso, ti sbagli.

Hanno una storia. Lunga, in molti casi. E come in ogni indagine seria, capire la genesi non è un esercizio accademico: serve a togliergli potere.

La scena del crimine numero uno

La mente di un bambino è una scena del crimine intonsa. Niente filtri di sicurezza ancora installati. Niente impronte precedenti per fare confronti.

I messaggi che riceviamo nei primi anni dalle figure di riferimento — genitori, insegnanti, parenti, allenatori — entrano in quella stanza senza alcun controllo. Non abbiamo gli strumenti per contestualizzarli. Li assorbiamo come verità assolute.

“Non sei portato per la matematica.” “Le cose serie si imparano col sacrificio.” “I leader non chiedono aiuto.” “Non si parla mai male del cliente.” “Da noi non si piange.”

Frasi dette magari una volta sola, magari di sfuggita, magari con la migliore delle intenzioni. Per la mente che le riceve diventano impronte digitali indelebili dell’identità.

Anni dopo, sei in una riunione importante e non riesci a chiedere chiarimenti. Non sai perché. Il “perché” è in una stanza che hai chiuso a chiave trent’anni fa.

La scena del crimine numero due

C’è un secondo momento critico, ed è quello che le persone tendono a sottovalutare di più. Le chiamo esperienze di imprinting adulto.

Sono i momenti in cui sei più fragile da grande. Quando inizi una nuova attività. Quando cambi ruolo o azienda. Quando arrivi a una promozione. Quando affronti una sfida imprevista. Quando una relazione importante finisce. Quando perdi una persona.

In quei momenti la tua mente non è protetta come al solito. È una casa con le porte solo accostate. Quello che entra, in quei giorni, lascia tracce profonde.

Una critica ricevuta nella prima settimana da neopromosso si installa diversamente dalla stessa critica ricevuta tre anni dopo, quando il ruolo l’hai già metabolizzato. Una frase del capo durante una negoziazione perduta pesa per anni. Un fallimento in pubblico ti può configurare una postura comunicativa per il resto della carriera.

Sono i momenti in cui certi pensieri killer entrano da adulti, con la forza di un’effrazione.

Una democrazia di cui faremmo a meno

Non illuderti di scamparla.

I pensieri killer sono una minaccia democratica. L’intensità varia — molto — ma tutti, nessuno escluso, ne abbiamo qualcuno. Anche il manager più sicuro di sé che hai conosciuto. Anche il founder che sembra non aver paura di niente. Anche l’executive coach che scrive questo articolo.

Chi ti dice di non averne, di solito ha il sabotatore più potente del lotto: quello che gli impedisce persino di vederli.

Quando l’alleato si trasforma in killer

Qui c’è il punto più importante di tutto l’episodio.

Molti pensieri killer nascono come reazioni di adattamento intelligenti. Sono nati per proteggerti. In un certo momento della tua vita, ti sono serviti davvero.

«Non mostrare mai debolezza» può essere stato un sistema d’allarme utilissimo in una famiglia o in un primo lavoro dove la debolezza veniva attaccata. Ti ha protetto. Funzionava.

«Controlla tutto, di nessuno ti puoi fidare» può essere nato da una delega andata male in un momento in cui non potevi permettertela. In quel contesto era saggio.

«Mai esporsi» può essere il lascito di un ambiente politicamente tossico in cui esporsi significava farsi male. Era una competenza di sopravvivenza.

Il problema è che la tua mente è programmata per mantenere attivi questi schemi anche quando il contesto cambia. Come un sistema d’allarme che continua a suonare quando il pericolo è passato da un pezzo.

Quello che ti ha protetto a 25 anni, oggi che ne hai 45 e guidi un’organizzazione, ti sta sabotando. Non perché sia diventato cattivo. Perché il contesto non è più quello.

Cosa cambia quando lo sai

Quando capisci che un pensiero killer è un alleato invecchiato male, smetti di combatterci contro come se fosse un nemico.

Non si tratta di sradicarlo. Si tratta di ringraziarlo per il lavoro che ha fatto e mostrargli che il contesto è cambiato. È un’operazione delicata. Richiede tempo, e quasi sempre richiede qualcuno che ti aiuti dall’esterno: da soli è difficile vedere quello che è cresciuto dentro di noi.

È la differenza tra il “cancellare” e il “rinegoziare”. Il primo non funziona quasi mai. Il secondo è quello che facciamo nei percorsi di coaching individuale.

La prossima puntata

Da qui parte la parte più operativa della serie. Nei prossimi quattro episodi entriamo nell’archivio della Centrale di Sabotaggio e tiriamo fuori i fascicoli dei sette killer più pericolosi che ho incontrato sul campo. Cominciamo da quelli più comuni nei contesti aziendali italiani: i custodi del passato.


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Isabella Flecchia — Executive & Business Coach, credenziale PCC di ICF, 4.000+ ore di coaching.
ImpulsoFuturo — Costruire alleanze tra persone e tra persone e tecnologia.
isabellaflecchia@impulsofuturo.it