Formare all’AI senza dover scegliere fra profondità e ampiezza
Serie: Come pensiamo l’AI · Episodio 5 di 7 · vedi tutti gli episodi
Nell’articolo precedente abbiamo guardato all’intelligenza artificiale come a uno specchio: uno strumento che, mentre impariamo a utilizzarlo, può aiutarci a osservare e comprendere meglio il nostro stesso modo di pensare, decidere, delegare, verificare, assumerci responsabilità.
Ma abbiamo anche detto che, perché questa possibilità diventi concreta, non basta mettere a disposizione nuovi strumenti e insegnare alle persone come utilizzarli.
Serve qualcosa che abbiamo di fronte da sempre e che a volte ci capita di trascurare: la formazione.
E qui si apre una questione centrale per le organizzazioni: che cosa significa oggi formare le persone sull’AI?
In parte la risposta è tecnica. È necessario che tutte le persone coinvolte nell’adozione dell’AI ne conoscano almeno i principi essenziali di funzionamento, imparino a utilizzarne gli strumenti avendo chiari possibilità e limiti, sappiano costruire interazioni efficaci e riconoscere errori, bias e allucinazioni.
Ma questo è solo un primo livello, probabilmente la base minima indispensabile per lavorarci.
C’è almeno un altro livello, meno evidente e quindi più difficile da presidiare. Nasce dal fatto che, mentre utilizziamo l’AI, tutti noi stiamo anche modificando il nostro modo di lavorare. Decidiamo che cosa delegare e che cosa continuare a fare in prima persona, anche per non perderne l’abitudine. Possiamo esercitare di più alcune capacità o svilupparne di nuove, ma anche progressivamente utilizzarne meno altre, e magari perderle. Cambiamo il modo di cercare informazioni, produrre idee, scrivere, analizzare i problemi, prendere decisioni. Possiamo modificare persino la quantità e la profondità delle nostre relazioni.
Ecco: la formazione può diventare anche uno spazio nel quale imparare a osservare questi cambiamenti mentre accadono e a sviluppare consapevolezza.
Possiamo allenarci a distinguere una delega che ci aiuta a dare di più da una delega che ci porta a dare di meno. A riconoscere quando una risposta convincente ci sta portando ad abbassare il livello dell’attenzione e a ridurre il nostro impegno di verifica. A utilizzare l’AI per ampliare il pensiero, sfidandolo continuamente, invece di restringerlo attraverso la rassicurazione. A cercare deliberatamente punti di vista diversi. A mantenere responsabilità sulle decisioni anche quando una parte importante del lavoro è stata svolta con l’aiuto della tecnologia.
In altre parole, possiamo imparare a lavorare meglio con l’AI e contemporaneamente lavorare su di noi, per mantenere la direzione nel rapporto con l’AI.
Fin qui stiamo parlando di come garantire al processo di adozione dell’AI il giusto livello di profondità.
Ma nelle organizzazioni esiste anche un’altra esigenza: diffondere il più possibile un messaggio, incidere a livello ampio sulla cultura aziendale, far sentire tutte le persone parte del cambiamento. Lo vediamo accadere continuamente: anche chi crede nella formazione e nell’accompagnamento delle persone al cambiamento deve fare i conti con tempi, organizzazione, priorità, risorse. E questo porta a dover scegliere, che spesso equivale a non fare, o almeno a fare dei tagli.
È assolutamente comprensibile: non si può immaginare di coinvolgere un’intera azienda in percorsi di team, di gruppo o individuali in presenza, anche se sono strumenti preziosi che permettono confronto, sperimentazione e lavoro profondo sulle reazioni delle persone.
Dall’altra parte, affidarsi solo a dispense o formazione a distanza può raggiungere numeri molto più ampi, offrire una base comune e permettere a ciascuno di procedere con i propri tempi, ma rischia di mantenersi sul piano dell’informazione o, al massimo, dell’apprendimento individuale.
La nostra sfida, allora, è stata evitare di mettere i nostri partner nelle condizioni di dover scegliere tra profondità e diffusione: per questo ci siamo impegnati a costruire un ecosistema formativo che risponda a entrambe le esigenze.
Per noi significa progettare percorsi nei quali strumenti diversi svolgano funzioni diverse: contenuti online per creare conoscenze e linguaggi comuni; esercizi e momenti di auto-osservazione per portare l’apprendimento dentro l’esperienza personale; workshop per confrontarsi, sperimentare e lavorare insieme sui comportamenti; coaching individuale per accompagnare nella pratica quotidiana, coaching di team quando c’è bisogno di trasformare l’apprendimento in cambiamento condiviso.
In tutto questo, abbiamo voluto mantenere la dinamica profondamente umana che ci ha sempre caratterizzato: anche le esperienze online mantengono infatti una forte dimensione relazionale, parlano al cuore di chi ascolta e non solo alla sua parte razionale, non si limitano a dare informazioni ma cercano di stimolare, far emergere, offrire spazi per ascoltarsi e riflettere.
Insomma, questo ecosistema è un laboratorio nel quale si può imparare a lavorare con qualcosa che continuerà a cambiare e, proprio per questo, sviluppare capacità che ci saranno utili anche quando cambieranno gli strumenti che usiamo.
A questo punto, però, rimane una domanda molto concreta: da dove si comincia e come si può fare?
Nell’ultimo articolo della serie passeremo dalla riflessione all’azione: il percorso è pronto.