Costruire un ambiente sicuro: la dimensione interiore — Quando il corpo sa prima della mente
E’ già tardi, in ufficio, e non c’è quasi più luce. E’ stata una giornata faticosa, stressante.
Due clienti erano in ritardo e hanno fatto slittare tutti gli altri appuntamenti. Una collega è rimasta in attesa in una video call per 20′ e poi ha chiuso e si è anche offesa, mentre il solito eccesso di mail veniva macinato facendo passare di mente questo appuntamento.
Ed ora il manager entra nella sala, volto teso e sguardo duro. Il respiro dei presenti diventa un po’ più corto, le spalle si fanno pesanti, la mente comincia a correre: è successo qualcosa? C’è ritardo su qualche progetto importante? Negli ultimi tempi ci sono sempre più problemi…
Non è solo stress: è il sistema nervoso che sta reagendo all’ambiente.
Quello che sta succedendo nel corpo dei presenti accade nei luoghi di lavoro ogni giorno, più volte al giorno, influenzando decisioni, produttività, creatività e relazioni. Ed il fatto è che spesso non ce ne rendiamo neanche conto.
Ed è normale: in questi casi chi sta guidando non è la nostra parte consapevole, che neurobiologicamente parlando è il sistema nervoso centrale. Questa componente razionale, logica, capace di organizzazione e di apprendimento ha lasciato carta bianca al sistema nervoso autonomo: insomma, il pilota automatico del nostro corpo, che di base regola le funzioni vitali quali digestione, respirazione, battito cardiaco…
Immaginiamo che dentro di noi sia sempre acceso una sorta di sistema di allarme, che scansiona senza sosta l’ambiente -dentro di noi, intorno a noi- per intercettare pericoli e minacce…anche solo relazionali.
Se il sistema funziona bene, riconosciamo in modo equilibrato quelle situazioni nelle quali ci sentiamo adeguatamente capaci di reagire alle sfide dell’ambiente. Non perché vada tutto bene, come quando ci rilassiamo sul divano finalmente senza pensieri. Semplicemente perché sappiamo che le nostre risorse ci permettono di affrontare la situazione. E quando diciamo “le nostre risorse”, diciamo quelle interiori -conoscenze, competenze, livello di energia, …- ma anche quelle di chi sta intorno a noi: del nostro team, della nostra organizzazione.
In questo caso, secondo il neuroscienziato Stephen Porges, siamo nel cosiddetto “stato di sicurezza” e ci sentiamo sicuri e connessi con noi stessi e con gli altri. Nella vita professionale, accade quando si partecipa attivamente alle riunioni, si ascoltano davvero gli altri e si comprende a fondo quello che ci stanno dicendo, si attiva innovazione e collaborazione. E soprattutto quando si è davvero capaci di imparare: che vuol dire esaminare con lucidità e senza nasconderci successi ed anche insuccessi, mettendo a fattor comune le lezioni che l’esperienza ci offre, attivando un processo virtuoso di evoluzione continua come persone e come organizzazioni.
Ma a volte il sistema è tarato in modo ipersensibile e tende ad intercettare più le minacce che le opportunità: anche questo normale, tanto che si parla di bias della negatività, quel meccanismo percettivo che da sempre salvaguarda la sopravvivenza della specie umana rendendola più sensibile ai rischi.
In questo caso, non stiamo agendo per raggiungere un obiettivo, ma ci limitiamo a re-agire, ovvero ad agire per difenderci da un reale, o anche presunto, pericolo. Non è un caso che le nostre reazioni oggi di fronte a minacce puramente relazionali siano biologicamente simili a quelle dei nostri antenati di fronte a un predatore.
Cosa succede, allora?
Di fronte a sfide o minacce possiamo attivare lo “stato di mobilitazione”, nel quale ci sentiamo spinti ad affrontare il pericolo, o al limite ad allontanarci attivamente se lo percepiamo come più forte di noi. Come ci sentiamo? Totalmente concentrati al punto da non percepire altro, pronti a difendere la posizione, poco disposti ad accettare feedback o consigli.
E se poi la minaccia è ancora più importante, possiamo sconfinare nello “stato di blocco”: la risposta più primitiva al pericolo che proviamo quando, per esempio durante una riunione difficile, ci disconnettiamo dagli altri, ci sentiamo sopraffatti, non abbiamo fiducia nel fatto di potercela fare.
Il primo passo è, come per ogni passaggio evolutivo della nostra vita, la consapevolezza.
Sapere cosa succede dentro di noi, esplorarlo con curiosità, dargli la dignità che ha: è comunque una importante informazione sul nostro funzionamento, e finché non lo conosciamo non siamo in grado di decidere come affrontarlo.
E poi? Lo vedremo nella prossima puntata della serie.