Quando il successo fa paura: la sindrome dell’impostore
Serie: Women’s Empowerment in Tech · Episodio 3 di 6 · vedi tutti gli episodi
I problemi non finiscono quando abbiamo preso una decisione. Ogni decisione va poi agita, trasformata in progetti e azioni, sostenuta nei momenti di difficoltà — quando tutto sembra dirci che abbiamo sbagliato.
E la sofferenza emotiva non ci prende solo quando le cose non funzionano. Riesce ad attanagliarci anche quando va tutto bene. Apparentemente. Vogliamo parlarne? È quel fenomeno chiamato, minacciosamente, sindrome dell’impostore.
Che cos’è
È la sofferenza di chi, pur avendo ottime performance, ha sempre la sensazione di non essere capace quanto gli altri credono. Attribuisce i propri risultati alla fortuna, a circostanze favorevoli o all’aiuto altrui. E teme, prima o poi, di essere «smascherato» e considerato inadeguato rispetto al ruolo che ricopre.
I numeri (e perché riguardano le donne nelle STEM)
In un sondaggio KPMG su 750 dirigenti donne (2020), il 75% ha dichiarato di aver sperimentato la sindrome dell’impostore in un certo punto della carriera, e l’81% ritiene che le donne siano più critiche verso le proprie prestazioni rispetto agli uomini. Pur essendo diffusa anche tra gli uomini, colpisce in modo particolare chi ricopre ruoli di alto livello e appartiene a una categoria sottorappresentata: esattamente la condizione delle donne che hanno successo nelle STEM.
E non è solo una questione di benessere. In una ricerca del 2024 tra studenti universitari dell’ultimo anno di informatica, un livello più alto di sindrome dell’impostore è risultato correlato a un tempo più lungo per revisionare un frammento di codice e a una minore probabilità di risolverlo correttamente — più spesso tra le donne. La dimensione emotiva influisce sulle performance concrete.
Perfino Marie Curie
Un esempio storico spesso citato è Marie Curie. Nonostante sia stata la prima donna a vincere un Premio Nobel — e l’unica a vincerne due in due discipline diverse — ha spesso minimizzato i suoi successi, attribuendoli alla collaborazione con il marito Pierre o alla fortuna.
C’è poi un dato che fa riflettere: un rapporto interno Hewlett Packard rileva che le donne tendono a candidarsi per un lavoro solo se soddisfano il 100% dei requisiti, mentre gli uomini lo fanno già al 60%. Quanto l’autovalutazione può cambiare, concretamente, le nostre opportunità.
Un atteggiamento che fa la differenza
Un suggerimento pratico? Fare come Hermione Granger, l’eroina della saga di Harry Potter: una delle studentesse più brillanti, che spesso si chiede se quello che sa sia abbastanza e si risponde «Not yet», non ancora. Un atteggiamento di crescita, anziché di autolimitazione, può cambiare la storia.
Le barriere interne, però, sono solo metà del quadro. Nel prossimo episodio guardiamo i dati delle barriere esterne — e un verbo che le tiene insieme.
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Isabella Flecchia — Executive & Business Coach, credenziale PCC di ICF, 4.000+ ore di coaching.
ImpulsoFuturo — Costruire alleanze tra persone e tra persone e tecnologia.
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