Sicurezza psicologica a testa in giù

La sicurezza psicologica dipende anche da noi

Serie: Sicurezza psicologica a testa in giù · Episodio 1 di 3 · vedi tutti gli episodi

Si parla tanto di sicurezza psicologica. E siccome sono una persona molto concreta, non vorrei raccontare da capo tutta la teoria. Vorrei partire con degli esempi.

Il primo riguarda me. Tempo fa lavoravo con un gruppo di professionisti e, come normalmente accade, alcune persone portavano più business di altre.

Era un dato di fatto. Ma, quasi senza accorgercene, quel dato aveva cominciato ad assumere un significato più ampio: chi contribuiva di più al fatturato sembrava sentirsi maggiormente autorizzato a decidere, orientare le scelte, far prevalere la propria posizione. Comprensibile, no?

Quello che voglio sottolineare, però, è quello che succedeva dall’altra parte. Perché io ero dall’altra parte.

Mi sono accorta che anch’io avevo cominciato a pensare: in fondo è giusto che decidano loro. Portano più fatturato. Io conto meno.

Nessuno lo aveva detto esplicitamente. C’era una dinamica di potere reale nel gruppo, certo, ma in parte ero io che avevo cominciato a comportarmi come se quella differenza di fatturato determinasse anche il valore della mia voce, della mia professionalità, del mio contributo.

Il secondo esempio l’ho visto accadere in innumerevoli riunioni. E sì, il manager si era allenato in una disciplina olimpica in cui noi italiani sembriamo eccellere: quella della ricerca del colpevole.

Ma quello che i capri espiatori dei vari meeting mi hanno raccontato dopo non era tanto il rimprovero del manager. A ferirli di più — parole loro — era stato l’atteggiamento dei colleghi.

Chi girava la testa dall’altra parte. Chi improvvisamente diventava molto occupato con il cellulare. Chi non portava quelle informazioni che avrebbero potuto almeno ridurre la tempesta. Nessuno che li sostenesse, neppure con uno sguardo.

Non mi raccontavano tanto l’angoscia di essere rimproverati. Mi raccontavano quella di essere lasciati soli.

Sono due dei tanti episodi che mi tornano in mente quando penso alla sicurezza psicologica.

Di solito ne parliamo guardando verso l’alto, o almeno partendo dall’alto: cosa deve fare chi guida un team per creare un ambiente in cui le persone possano parlare, dissentire, fare domande, ammettere un errore, chiedere aiuto?

È giusto farlo. Chi ha più potere ha anche maggiori possibilità e responsabilità nel creare le condizioni che rendono tutto questo possibile.

Ma la sicurezza psicologica non riguarda soltanto chi guida.

Riguarda ciò che succede ogni giorno nelle relazioni fra le persone e, quindi, riguarda anche ciascuna e ciascuno di noi.

Che cosa ci guadagniamo?

La sicurezza psicologica viene spesso raccontata attraverso i benefici per i team e le organizzazioni: più apprendimento, maggiore capacità di intercettare gli errori, più collaborazione, possibilità di far emergere idee e punti di vista differenti. Tutto assolutamente vero.

Ma proviamo a guardarla dal nostro personalissimo punto di vista.

Che cosa cambia per noi se possiamo dire “non ho capito” senza preoccuparci di sembrare incompetenti?

Se possiamo chiedere aiuto senza pensare che questo ci renda più deboli?

Se possiamo ammettere un errore senza impiegare energie a nasconderlo?

Se possiamo portare un’idea ancora imperfetta, dissentire da qualcuno che conta più di noi, dire quello che pensiamo senza dover continuamente calcolare il rischio relazionale che stiamo correndo?

Cambia il modo in cui possiamo stare nel nostro lavoro. E cambia anche quanto di noi possiamo metterci. E come ci alziamo al mattino, e con quanta energia arriviamo a sera.

È qui che per me comincia il primo rovesciamento della sicurezza psicologica che vi propongo: per una volta smettere di guardare soltanto verso l’alto e guardare anche verso di noi.

Possiamo continuare a chiederci quanto sia sicuro l’ambiente nel quale lavoriamo. Ma possiamo anche cominciare a osservare in che modo questo riguarda anche noi, i nostri comportamenti, le nostre scelte.

Io, per esempio, avevo cominciato ad attribuire meno valore alla mia voce. In qualche modo avevo interiorizzato quella gerarchia: se contribuivo meno al fatturato, contavo meno.

Altre persone reagiscono in altri modi: non fanno una domanda, evitano di chiedere aiuto, nascondono un errore, tengono per sé un’idea.

Sono piccoli comportamenti di protezione. Spesso comprensibili. Eppure, ripetuti nel tempo, possono finire per rafforzare proprio il contesto dal quale stiamo cercando di proteggerci.

Lavorare sulla sicurezza psicologica, allora, può significare fare un percorso di consapevolezza e responsabilizzazione.

Qui ne percorreremo un tratto insieme: per prima cosa approfondiremo che cosa succede a noi quando la sicurezza psicologica non c’è.

Poi arriverà una domanda ancora più scomoda: e se, qualche volta, fossimo proprio noi a rendere meno sicuro l’ambiente per qualcun altro?

Questo sarà il secondo rovesciamento.

Ma andiamo con ordine: nel prossimo articolo partiamo da cosa ci succede quando manca l’ossigeno della sicurezza psicologica.