Sicurezza psicologica a testa in giù

Quando la mancanza di sicurezza psicologica ci trattiene

Serie: Sicurezza psicologica a testa in giù · Episodio 2 di 3 · vedi tutti gli episodi

Non sempre la paura al lavoro ha l’aspetto della paura. Molto più spesso assomiglia a una scelta ragionevole.

Non è il momento giusto per dirlo.

Posso cavarmela senza l’aiuto di nessuno.

Non vale la pena fare una questione per questo.

La mia idea non è ancora abbastanza buona.

Forse ho capito male io.

Prima provo a sistemare l’errore, poi eventualmente ne parlo.

Sono modi diversi di proteggerci da un rischio che percepiamo nella relazione con gli altri: essere giudicati, perdere credibilità, fare una brutta figura, creare un conflitto, scoprire qualcosa di noi che preferiremmo non vedere.

Nella prima parte di questa serie raccontavo di essermi accorta, in un gruppo professionale, di aver progressivamente attribuito meno valore alla mia voce. Nessuno mi impediva materialmente di parlare. Eppure qualcosa mi tratteneva.

È proprio così che la sicurezza psicologica smette di essere soltanto una caratteristica dell’ambiente e diventa qualcosa che possiamo osservare e comprendere proprio attraverso i nostri comportamenti.

Guardare il mondo dietro una maschera

Mi ha raccontato che entrando al lavoro lasciava la vera Laura fuori dalla porta. Diventava la persona disponibile e accomodante che la sua manager voleva da lei, anche quando non era d’accordo. Ma anche la sua manager indossava una maschera: la sua era rigorosamente professionale e il suo obiettivo primario era evitare accuratamente di mostrare dubbi ed emozioni.

Le maschere le proteggevano, certo. Ma le costringevano a un incredibile investimento di energie nell’autocontrollo. E impedivano anche alle persone che lavoravano con loro di conoscerle davvero e apprezzarle pienamente.

Meglio arrangiarsi

Ricordo un team dove il supporto reciproco era davvero pari a zero. Ho visto qualcuno evitare di chiedere aiuto per orgoglio, altri per paura di essere giudicati; una di loro associava autonomia e competenza. Il più giovane, appena entrato, aveva provato a chiedere aiuto e aveva ricevuto in cambio uno sguardo infastidito, un secco “non ho tempo” e, da altri, nessuna risposta.

In modi diversi e per ragioni diverse, tutti erano arrivati a definire la stessa regola: è più sicuro arrangiarsi. E non si rendevano conto che, rinunciando a chiedere aiuto, perdevano qualcosa loro e toglievano anche agli altri l’occasione di costruire una relazione nella quale chiedere e offrire supporto fosse normale.

Se non se ne accorge nessuno, perché devo rischiare di dirlo?

È probabilmente uno dei meccanismi di protezione più immediati. Alessandro aveva commesso un errore e, per paura della reazione del team e delle conseguenze per l’azienda, aveva provato a rimediare prima che qualcuno se ne accorgesse.

Altre volte aveva funzionato, ma stavolta no. L’errore nascosto aveva prodotto una catena di altri piccoli errori: tutti piccoli, certo, ma visti insieme l’impatto, anche economico, era diventato importante. Avete presente la metafora del battito d’ali di una farfalla che produce un ciclone?

Quello che avrebbe potuto essere una piccola difficoltà era diventato un grosso problema, con conseguenze anche sulla sua carriera.

Non vorrai mica sembrare incompetente!

“Non ho capito.” Tre parole semplicissime, che per molte persone con cui ho lavorato erano però difficilissime da pronunciare. Temevano di sembrare poco preparate, poco agili mentalmente o meno capaci degli altri, quelli che annuivano con un sorrisino compiaciuto.

E sceglievano di tacere per proteggere la propria immagine nel presente. Eppure, questo ha più di una volta creato incomprensioni, ritardi, ulteriori call, discussioni su chi avesse ragione. Decisamente poco economica, come scelta.

Non voglio fare il primo della classe

Giorgio si tiene le sue idee per sé. In riunione, nei gruppi di lavoro, nel quotidiano. Eppure ne ha, di competenze e di esperienza.

Ma odia sembrare uno di quelli che vogliono mettersi in mostra. Non vuole rischiare di schiacciare i piedi a qualche collega più influente e con più visibilità. A volte mi ha detto di sapere con sicurezza che, se la sua idea fosse stata accolta, si sarebbe portato a casa un altro carico di lavoro.

Così si è sempre tenuto le sue idee. Hanno perso tutti, nel lungo termine: lui, i colleghi, i clienti, l’azienda. Ma almeno non ha rischiato…

Feedback? Ora non è il momento…

Ho fatto innumerevoli corsi di sensibilizzazione e formazione al feedback e l’ho sentito dire altrettante volte. C’è chi ha paura di chiederlo perché teme di sentirsi dire proprio quello che non vorrebbe sentire. C’è chi evita di darlo perché ha paura di danneggiare una relazione e demotivare l’altra persona: E se ci restasse male? E se dopo cambiasse qualcosa fra noi?

Così si aspetta il momento giusto, che spesso non arriva mai. E si perde l’occasione di avere conversazioni più profonde, risolvere qualche problema, mettere basi più solide nel modo in cui lavoriamo insieme.

Sono comportamenti diversi, ma hanno qualcosa in comune: la paura ci porta a proteggerci. E, mentre ci proteggiamo, restringiamo progressivamente il nostro spazio di azione. E la nostra possibilità di contribuire.

Accorgersene non significa attribuirsi la colpa del contesto in cui ci si trova. Quel contesto esiste e le differenze di potere esistono. Significa però recuperare uno spazio nel quale possiamo ancora scegliere.

Ed è questo il primo passaggio di responsabilizzazione: riconoscere ciò che ci trattiene e chiederci che cosa possiamo fare noi, nelle condizioni reali in cui ci troviamo.

Ma c’è anche un altro lato della storia: forse quello spesso più oscuro.

Perché, mentre osserviamo quanto i comportamenti degli altri influenzino la nostra disponibilità a esporci, potremmo anche cominciare a chiederci:

E se a volte fossimo proprio noi a rendere meno sicuro l’ambiente per gli altri?