Sicurezza psicologica

Costruire un ambiente sicuro: la dimensione relazionale — Cos’è la sicurezza psicologica

Ci sono momenti, mentre si lavora con altre persone, in cui ci si sente liberi di dire quello che si pensa, fare una domanda o ammettere un dubbio, senza la paura di essere giudicati o messi in cattiva luce. In quei momenti si fa esperienza di cosa significhi vivere in un ambiente psicologicamente sicuro.

È un tema di cui si parla sempre di più nei contesti di lavoro e nelle organizzazioni.

Nonostante le numerose dichiarazioni di intenti, questa condizione non è sempre presente nella quotidianità. O almeno non in modo costante e diffuso.

Eppure, la sicurezza psicologica è un ingrediente fondamentale per favorire benessere, solidità, collaborazione, produttività e capacità di innovare in qualunque gruppo di persone che lavorano insieme.

E’ stata studiata per la prima volta da Amy Edmondson, docente di leadership e management alla Harvard Business School.

Riguarda la percezione, condivisa all’interno di un gruppo, di poter essere se stessi mentre si lavora: parlare apertamente, fare domande, esprimere idee o preoccupazioni senza temere conseguenze relazionali negative. Quando questa percezione manca, le conseguenze temute non sono formali, ma relazionali: il rischio di essere sminuiti, esclusi, etichettati come “quelli che non capiscono”, oppure semplicemente ignorati quando si prende la parola. Di non essere presi sul serio quando si prova a dire ciò che si pensa, ciò che si crede, ciò che si teme o ciò che si desidera.

Un ambiente psicologicamente sicuro non è un ambiente in cui si va sempre d’accordo. Non è un contesto privo di divergenze, tensioni o decisioni difficili.

Al contrario, è proprio la sicurezza psicologica che permette alle persone di affrontare differenze e difficoltà in modo aperto e costruttivo, parlando dei problemi in modo esplicito, senza evitare i temi scomodi e senza creare false armonie.

È ciò che consente a un gruppo di persone di lavorare insieme in un contesto complesso, mettendo a valore tutte le risorse disponibili: individuali e collettive.

Come si riconosce un ambiente psicologicamente sicuro? Alcuni segnali aiutano a individuarlo:

Le persone si sentono libere di fare domande e chiedere chiarimenti, senza doversi giustificare o dimostrare qualcosa, contando sulla comprensione e sul supporto reciproco.

Le informazioni circolano più facilmente, perché non è necessario proteggerle per paura di perdere valore o riconoscimento: la condivisione diventa una pratica naturale.

Le differenze di esperienza, punto di vista o modo di lavorare vengono accolte come una risorsa, non come un problema, e generano curiosità e apertura.

Anche se sbagliare non è mai piacevole, gli errori vengono riconosciuti e condivisi, permettendo di imparare e correggere, invece di nasconderli o lasciarli ripetere.

Un ambiente psicologicamente sicuro, quindi, non è solo un ambiente in cui si sta bene.

Una ricerca pluriennale condotta da Google sui fattori che rendono efficaci i gruppi di lavoro ha mostrato che la sicurezza psicologica è l’elemento che più di altri fa la differenza: è ciò che caratterizza i gruppi con risultati migliori, più capaci di valorizzare idee diverse, percepiti come più efficaci e in cui le persone sono meno inclini ad allontanarsi. Gli altri fattori di efficacia individuati dalla ricerca hanno inoltre dimostrato di funzionare pienamente solo quando esiste una solida base di sicurezza psicologica.

Il livello di sicurezza psicologica può essere osservato e misurato. Esistono strumenti semplici, come brevi survey, che aiutano a fotografare la situazione di un gruppo e ad aprire conversazioni profonde su un tema delicato.

Queste conversazioni permettono di definire insieme nuove attenzioni, comportamenti, modalità di lavoro e strumenti, e di valutarne nel tempo gli effetti.

Perché, anche quando le persone sono competenti, è il contesto relazionale a determinare se quella competenza potrà davvero essere espressa e porterà i risultati che servono.