Quando siamo noi a togliere sicurezza psicologica
Serie: Sicurezza psicologica a testa in giù · Episodio 3 di 3 · vedi tutti gli episodi
È molto più facile riconoscere le situazioni in cui non ci sentiamo sicuri di quelle in cui siamo noi a rendere meno sicuro qualcun altro.
Nel primo caso sentiamo direttamente il disagio: vorremmo parlare ma ci tratteniamo, avremmo bisogno di aiuto ma non lo chiediamo, abbiamo un’idea ma decidiamo di tenerla per noi. Subiamo una situazione, magari non facciamo molto per modificarla, ma ci è più facile indicare chi ha la responsabilità di questo ambiente così poco sicuro: gli altri.
Nel secondo caso potremmo non accorgerci di nulla. Perché raramente decidiamo: adesso farò in modo che questa persona non si senta libera di parlare. Adottiamo invece comportamenti molto più quotidiani, le cui conseguenze riusciamo a non vedere o a non pesare abbastanza.
Fin qui ho raccontato storie di persone che, in modi diversi, cercavano di proteggersi. Adesso il rovesciamento — il secondo — diventa un po’ più scomodo. Perché non guardiamo più quello che gli altri fanno a noi, ma quello che noi rischiamo di fare agli altri.
E parlo di comportamenti molto umani, nei quali penso sia capitato a tutti noi di scivolare. A me sicuramente sì.
Facciamo circolare una voce
Qualcuno non ci piace, ci ha irritato, ha fatto qualcosa che non condividiamo. Ne parliamo con un’altra persona. Poi magari con un’altra ancora.
Oppure alimentiamo una dinamica che conosciamo bene: noi e loro. Noi del commerciale e loro della produzione. Noi della sede e loro delle filiali. Noi che abbiamo capito e loro che non capiscono mai.
Ogni volta il confine diventa un po’ più nitido e la fiducia un po’ più fragile.
Non vediamo una richiesta d’aiuto
O forse la vediamo benissimo. Ma abbiamo da fare. Abbiamo una scadenza. Non possiamo occuparci anche di questo.
Tutte ragioni perfettamente legittime. Il problema è il messaggio che può arrivare dall’altra parte: chiedere non serve. E la volta successiva quella persona potrebbe non farlo più.
Trasmettiamo giudizio senza usare parole
Un’espressione scettica durante una riunione. Un sorriso ironico. Una battuta. Una domanda fatta non per capire, ma per sottolineare quello che l’altro non sa. Piccoli gesti, spesso difficili persino da contestare.
Eppure impariamo molto rapidamente davanti a chi possiamo rischiare una risposta imperfetta e davanti a chi è meglio arrivare preparatissimi. Oppure tacere.
Diamo un feedback che smonta
Parliamo molto e ascoltiamo poco. Ci concentriamo solo su ciò che non va. Passiamo dai comportamenti alla persona: sei fatto così.
Magari siamo convinti di essere semplicemente sinceri — una delle autovalutazioni che ho sentito più spesso davanti a un feedback dato in modo abrasivo. Ma un feedback che impegna l’altra persona soprattutto a difendersi difficilmente apre spazi di apprendimento e cambiamento.
Teniamo le nostre informazioni nel cassetto
Non sempre intenzionalmente. È che ci dimentichiamo di mettere qualcuno in copia. Rimandiamo una condivisione. Pensiamo che una persona non abbia davvero bisogno di sapere. Quasi sempre ci diciamo che è un problema di tempo, di sovraccarico, di priorità: molto razionale, ben giustificabile.
Ma l’informazione è anche potere. E decidere chi può accedervi modifica le possibilità delle persone di partecipare, contribuire e prendere decisioni.
Lasciamo che siano i pregiudizi a decidere chi ascoltare
Troppo giovane. Troppo vecchio. Poco analitica. Troppo lento. Poco assertivo. Troppo emotiva. Attribuiamo alle persone caratteristiche e limiti e, sulla base di quelli, decidiamo quanto coinvolgerle e quanto valore attribuire alla loro voce. Qualche volta senza rendercene conto.
Quello che abbiamo visto insieme è ciò che chiamo il secondo rovesciamento.
All’inizio di questo percorso la domanda era: quanto mi sento libero di espormi in questo ambiente? Adesso diventa: quanto sono libere le altre persone di esporsi quando ci sono io?
È una domanda decisamente meno comoda. Ma è anche quella che ci offre più possibilità di azione e di cambiamento.
Non possiamo costruire da soli la sicurezza psicologica di un’organizzazione. Le responsabilità non sono distribuite allo stesso modo e chi ha maggiore potere continua ad avere un ruolo particolare nel determinare le condizioni nelle quali si lavora.
Possiamo però diventare più consapevoli del contributo che diamo ogni giorno nel costruire intorno a noi un ambiente più o meno sicuro. Ed è qui che, per me, consapevolezza e responsabilizzazione si incontrano.
Prima riconosco quello che succede a me. Poi comincio a vedere quello che io faccio succedere intorno a me. E da lì posso scegliere che cosa fare diversamente.